Sono tornata a trovare il mare, la solita fuga dalla metropoli, uno dei pochi momenti in cui mi sento veramente me stessa.
Scendo dal pullman esausta dopo una notte di sogni inquieti intervallati alle soste in autogrill.
Il cielo è plumbeo, il vento soffia sinistro senza riuscire a spostare nemmeno una nube. Le mie aspettative di vacanza estiva vengono spazzate via e il cuore si adombra senza preavviso.
Dal mare, a fiotti, giunge un odore di marcio, sa di morte, a ogni respiro si fa più intenso. Sembra che tra le onde impetuose si nascondano segreti moribondi, bendati come mummie da alghe putrefatte.
Quel lezzo si propagava anche negli incubi sbiaditi della notte, provo ancora quel senso di nausea angosciosa, quell’impellenza di fuggire da un pullman pieno di fantasmi.
Lascio la valigia in albergo e scendo in spiaggia avvolta in un lungo giaccone che s’agita in mille direzioni mentre muovo i passi verso un mare ostile.
Sono sola tra carcasse di granchi e gusci vuoti, un tappeto di alghe marce si stende sulla riva ma il lezzo marcato che a raffiche invade l’aria viene da ben oltre, giunge, da quella massa fluida che ha sempre ospitato tanta vita. Spero arrivino forti correnti per portarsi via quel fetore e per restituire un limpido azzurro a un regno sommerso e arcano.
Torno al mio alloggio coperta di brividi, spero che una doccia calda e un buon sonno possano spazzare via tanti presagi di morte. Eppure so che il peggio deve ancora arrivare, che l’anima serrata nella morsa del destino subirà una dolorosa metamorfosi. Forse mi identifico troppo con il mare perché esso non influenzi il mio fisico, il mio spirito, il mio pensiero e il mio totale ”essere”.
Appena mi sdraio sul letto, m’addormento con ancora addosso l’accappatoio umido.
Sogno di una terra sommersa, di una civiltà al ciglio del baratro, dove è deceduta la speranza e le condizioni di vita sono al limite della sopravvivenza. Inquinamento e radiazioni hanno invaso anche gli oceani, alterato i loro equilibri e reso sterili le femmine di specie già a rischio. Una condanna all’estinzione senza nessuna colpa. Sono i loro aborti a marcire, le premesse di vita stroncate nel loro grembo e lavate nel sangue della morte.
Sono le piccole creature non nate a fare incupire il cielo, a incaricare i venti di gridare al mondo quanto orrore si sta perpetrando.
Mi sveglio in un bagno di angoscia, sudore appiccicato al cuore che non vuole lasciarmi in pace. Vado alla finestra, osservo una volta senza stelle e senza orizzonte. Eppure dovrebbe esserci una flebile linea a demarcare il confine tra cielo e terra. Non vedo nemmeno la luce di un peschereccio. Fuori c’è solo il nulla.
Sarebbe meglio che tornassi a letto, ma sono troppo inquieta, ho bisogno di uscire e respirare, inalare quell’aria marcia che mi perseguita anche nei sogni.
Sul lungomare deserto rimbombano i miei passi; mi accompagna, però, la sensazione di essere osservata. Urlerei al vento di indicarmi chi mi spia, ma non ho il coraggio di giungere al cuore del vero. Ma lei, non aspetta il nostro consenso, si palesa al di fuori della nostra volontà per quanto cerchiamo di sfuggirle. Stavolta la verità ha le sembianze di una mano che mi raggiunge da dietro e preme contro la mia bocca. Poi giunge il blackout.
Riprendo i sensi in un luogo sconosciuto, una sorta di cella con in alto un oblò, forse mi trovo in un sottomarino? Sul fondo di una nave? O dove?
S’affacciano pesci a osservare chi è rinchiuso nella scatola, ma nessuno si degna di rispondere: sono in un acquario invertito. Chi mi ci ha condotto? Perché? Intanto la puzza mi perseguita, l’aria si colora di paura ma anche della curiosità di comprendere. Solo ora mi torna in mente la leggenda dei tritoni e tutte le suggestioni che aveva scaturito nella mia infanzia. E se volessero chiedermi di unirmi a loro? Se fosse il mio vero Regno da cui fui rapita in tenera età?
La porta stagna si apre e controluce si staglia la sagoma di un uomo molto alto e dalle spalle incredibilmente poderose. La paura non spegne il mio interesse, anzi i pensieri rimbalzano rapidi da una possibilità all’altra.
“Chi sei? Dove sono?”
Una voce profonda che pare arrivare da lontano vibra nell’aria “Sei nel mare che ami, dovresti esserne felice. Io sono un sopravvissuto, uno che lotta ogni giorno contro l’oblio”
Replico in preda allo stupore “Ma sei malato? Spiegati per favore”. Prendo fiato e continuo “Di preciso, cos’è questa stanza?”
Sospira prima di rispondere “Credi che siano dettagli importanti? Purtroppo anche qui c’è odore di morte, ha raggiunto ogni luogo. Solo questo conta”
“Hai qualcosa con te, vero? Forse un’arma?” Mi trema la voce mentre domando “Vuoi uccidermi?”
“Non ci sono pericoli per te. Ho solo un vassoio: ho portato da mangiare”. Lo poggia accanto a me, quasi a dimostrarmi le sue intenzioni ospitali.
Il suo odore salmastro riempie la stanza, non riesco a sollevare il capo per guardarlo dritto in faccia.
Con un filo di voce balbetto “Credo di sapere chi sei”.
La creatura delicatamente mi alza il mento e suadente bisbiglia “Non temere puoi frugare nei miei occhi, vi leggerai tante storie con un solo sguardo. Là troverai tutte le spiegazioni che cerchi”.
So di avere davanti uno di quegli esseri in cui ho annegato le mie fantasie puerili. Riesco solo a dire “Non è possibile, tu non dovresti esistere”.
Ride “Però esisto”
Posso farcela. Devo guardarlo decisa, scrutare la sua testa calva, contornata da branchie, perdermi nei suoi occhi acquosi circondati da squame.
É vero, non ho nulla di cui preoccuparmi: se avesse voluto farmi del male, avrebbe già agito.
Tocco la sua pelle così diversa dalla mia. Prima solo con le punte delle dita, poi a palme aperto con una crescente voluttà “Che strano sei, mi pare di toccare un pesce, ma del resto così ti immaginavo: liscio e levigato come nessun umano potrebbe essere.”
Mi accarezza i capelli, ne respira il profumo tenue, poi con la sua mano palmata disegna i contorni del mio viso. Si sofferma sulle labbra e io né bacio i polpastrelli con una timida reverenza.
Distrattamente mi domanda “Hai fame?”
Sospiro indecisa. Le sue dita, intanto, scorrono verso i seni e li esplorano fameliche.
Emetto un suono strozzato e il respiro intanto diviene affannoso.
Sorride mentre mi bacia l’orecchio e si sofferma sul collo. Il mio corpo si copre di brividi violenti. Non comprendo nemmeno cosa succede, ma non ho paura, sento una febbre crescere fino a consumarmi. Non sono mai stata così eccitata, nessun umano mi aveva mai mandata così in subbuglio come questa creatura.
Non può che succedere, non posso fare altro che lasciarmi andare a qualcosa che mi è esploso dentro ed è fuori controllo.
Le nostre lingue sono fatte allo stesso modo o poco cambia. Il suo bacio salato non è differente. Non saprei distinguerlo da un uomo se fossi a occhi chiusi. Forse è la magia che si è creata a scavalcare le diversità.
Mi stringe forte le mani tra le sue, mani calde e piene di vita, niente di più lontano da ciò che si può trovare nei banchi di una pescheria.
Sento il sangue comune che pulsa nelle nostre vene, il mare ci avvolge e ci spinge alla deriva, con un contatto intenso come tutto ciò che è ineluttabile.
La parola “amore” è molto versatile, come l’acqua non ha una forma precisa, ma s’adatta a diverse situazioni e cuori, senza perdere di qualità.
Fu una notte estenuante senza tempo e luogo. Talvolta restavamo immobili a guardarci. Silenzi e gemiti danzavano nelle ore.
“Mangiamo” mi dice, sollevando il vassoio e posizionandolo tra noi.
“Cos’è?” domando perplessa.
“Fai finta di essere a un ristorante giapponese. Sono certo che ti piacciano alghe e pesce crudo”
“Come lo sai? Hai tirato a indovinare? Ho la sensazione che conservi segreti su cui non potrò mai fare luce”
Lui si fa serio e in tono solenne, sentenzia “Ci sono cose che non si possono capire completamente, possiamo solo accettare che succedano e viverle minuto per minuto”
“Non mi racconterai niente, vero?”
“Sai già tutto in fondo a te. Il tuo istinto ti ha guidato qui nonostante la paura”
“Cosa accadrà allora? Puoi dirmi se resterò a vivere qui?”
Scoppia a ridere mentre gioca con una ciocca dei miei capelli. “Non sarebbe possibile: questo spazio diverrebbe angusto dopo poco tempo e non hai robuste branchie per vivere in mare aperto. Poi ti ammaleresti: questa ormai è solo una grande discarica di quella che chiamano civiltà, ma questa parola dovrebbe indicare qualcosa di completamente diverso”
“Non ci vedremo più?” Lo interrompo di colpo, stufa di discorsi Sibillini.
“Mi vedrai ancora, non preoccuparti. Quando vorrai cercami dentro di te, sarò presente. Grazie a te, non morrò. Non sforzarti di capire ora: ogni cosa a suo tempo”
“E che tempo sarebbe adesso?”
“È ora di mangiare. Hai bisogno di nuove forze e di dormire profondamente” intanto mi porge un ciuffo d’alghe, storto il labbro in segno di diniego ma alla fine mi lascio imboccare come una bambina svogliata. La mia testa corre altrove così veloce che non posso fermarla. Va così lontano che resta solo il vuoto, torno al presente, a lui.
“Come ti chiami?”
Lui pone l’indice davanti alla bocca “Shhh… Riposa ne hai bisogno”
Forse il cibo era drogato, sento le palpebre pesanti, sono così stanca.
Mi risveglio in albergo alle luci dell’alba, sono esausta devono essere stati gli incubi a scuotermi. O forse è successo davvero… non sono più sicura. Controllo ogni angolo del mio corpo come se vi dovessi trovare tracce della verità. Tra le gambe sento l’umido di qualche sogno erotico e qualche squama apatica.
C’è il sapore del mare nella mia bocca e il suo odore sulla mia pelle. Il mio ventre è ricolmo di uno strano calore, di una vita che pare sorgere dal nulla.
Di colpo sono scossa da fitte di dolore, si lacera la pelle e una voce lontana grida “Ha ripreso conoscenza, presto datele altra morfina”.
Suoni ossessivi rimbalzano per la stanza, ci sono ancora i contatori Geiger in funzione. Si uniscono al concerto discorsi confusi e parole che viaggiano in tondo: “contaminazione, radiazioni, nucleare, bomba atomica”, si posano sull’orecchio di noi moribondi, i sopravvissuti alla disintegrazione con la pelle che marcisce e si stacca come quella di un rettile o di un pesce.
Arriva altro anestetico in mio aiuto, a dissolvere questa cruda realtà di ospedale. I miei gemiti si calmano, la mente sì ottunde e ripenso al mio amante, che non è mai esistito e di cui non dovrei sentire la mancanza. È risorto nei miei sogni per non lasciarmi sola.
Rifuggo dalla verità. Corro in spiaggia, mi tuffo tra le onde per sentire le sue carezze, la sua anima immortale. Il sapore del mare si mescola ai nostri baci, alle alghe e ai pesci, sorso dopo sorso, fino alla morte.